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Storia della bambina perduta di Elena Ferrante: leggere il quarto libro de L’amica geniale

4 marzo 2016
Elena Ferrante: Storia della bambina perduta, quarta e ultima parte

Sebbene a malincuore, torno sui miei passi per riflettere su quanto ho incontrato nel corso della lettura della Storia di una bambina perduta. Quando si conclude la lettura di un libro non è mai bello ma,nonostante tutto, profuma di arrivederci. Se invece si conclude la lettura di una saga come quella de L’amica geniale di Elena Ferrante allora non c’è spazio per l’arrivederci ma la malinconia di un addio definitivo è più chiara, definita e concreta che mai.

Storia della bambina perduta di Elena Ferrante: il valore della scrittura e il significato delle parole

Con Storia di una bambina perduta si entra nella fase della maturità e della vecchiaia. I bambini e le bambine de L’amica geniale, i giovani di Storia del nuovo cognome, gli uomini e le donne in Storia di chi fugge e di chi resta vanno incontro al decadimento fisico e morale oppure, già da tempo, osservano le vicende di Lila e Elena dall’Oltretomba.

Il quarto romanzo di Elena Ferrante è il più intenso e il più tragico dei precedenti perché, veramente, non vi è più speranza se non l’inesorabile caduta. Il legame tra le due amiche che vivono negli anni più turbolenti della storia d’Italia ora si fa stabile e le rotture, gli allontanamenti paiono solo dei pallidi espedienti per mantenere avvincente la narrazione e sempre stimolante l’esercizio alla scrittura.

Lila, che fino all’ultimo ha celato quanto più poteva la sua visione delle cose e degli esseri umani, redarguisce l’amica che a lei si affida chiedendole consigli, pur temendo il confronto:

“Dài – mi direbbe – facci sapere che piega ha preso la tua vita, a chi importa della mia, confessa che non interessa nemmeno a te. E concluderebbe: io sono uno scarabocchio su uno scarabocchio, del tutto inadatta a uno dei tuoi libri; lasciami perdere, Lenù, non si racconta una cancellatura”.

Solo questa frase, questo piccolo e insignificante passaggio nel mare di parole dell’autrice di Storia di una bambina perduta ha fatto riemergere, violento, il sospetto che non si tratti di un romanzo che ruota attorno a due personaggi distinti ma che parli di un’unica persona, in lotta con la dualità della sua personalità e che, a causa di essa, prova a immaginare la sua esistenza al suono del cosa sarebbe successo se

Con i se, i ma, i forse e non si va da nessuna parte ma queste congiunzioni svolgono il loro ruolo e, se non ti conducono verso la soluzione dell’arcano, creano una sequela di connessioni (e dubbi legittimi) che rendono romanzo e ideatore dello stesso una personalità, unica, cosciente anche dei suoi lati più oscuri, completa.

Elena Ferrante: Storia della bambina perduta

Non si sa chi sia Elena Ferrante, se un uomo o una donna, giovane o vecchio ma la sua interiorità si vede e si delinea attraverso ciò che scrive rivelando un essere umano (sarà almeno un essere umano?) sfaccettato e geniale.
Non riesco a fare a meno di pensare che l’autrice non abbia fatto altro che separare due o più parti di sé e, attraverso il suo stile di scrittura, le ha chiamate Lila e Lenù dando un nuovo significato alle parole. Ha raccontato e ragionato, creato e disfatto e il lettore ne è il muto e sinceramente coinvolto testimone.

Ieri sera ho visto il film Storia di una ladra di libri, non ho letto il libro Zusak Markus però mi ha colpito una battuta dove vi si affermava che le parole, soprattutto scritte, sono vita e non ho potuto fare a meno di ripensare al discorso di Franco Mari, uno dei personaggi narrati da Elena Ferrante che qui ti riporto a frammenti:

“I depressi non scrivono libri. Li scrivono le persone contente, che viaggiano, sono innamorate e parlano e parlano nella convinzione che le parole vadano sempre in un modo o nell’altro al posto giusto.
[…]
No, le parole vanno raramente al posto giusto e solo per un tempo brevissimo. Per il resto servono a parlare a vanvera, come adesso. O a fingere che sia tutto sotto controllo. […] È fisiologico fingere un poco. Noi che volevamo fare la rivoluzione siamo stati quelli che anche in mezzo al caos si inventavano sempre un nuovo ordine e facevano finta di sapere esattamente come stavano andando le cose. […] Ma sì. Buon grammatica, buona sintassi. Una spiegazione pronta per tutto. E tanta arte della consequenzialità: questo deriva da questo e porta necessariamente a questo. Il gioco è fatto.
[…]
È così confortevole smarrirsi mai davanti a niente. Nessuna piaga che s’infetti, nessuna ferita che non abbia i suoi punti di sutura, nessuna stanza buia che ti faccia paura. Solo che ad un certo punto il trucco non funziona più. […] Delle parole il significato se ne sta andando“.

Se nel film le parole e le storie e l’atto stesso dello scrivere esprimono un intenso desiderio di vita e di conservazione della stessa tramandandola, il discorso di Franco mostra una generazione che è morta dentro, pur essendo presente nel corpo perché delusa dalle scelte e dagli avvenimenti, perché ha perso di vista il vero significato delle parole e ogni punto di riferimento, illusorio o reale, è stato spostato senza lasciare traccia di sé.

Storia della bambina perduta di Elena Ferrante: dal mondo delle idee all’ode a Napoli

In uno dei tanti dialoghi di Elena Greco con Lila si parla del mondo delle idee innestandosi, ancora una volta, al disincanto e alla perdita del significato delle parole illustrata da Franco Mari. La nascita e la morte delle ideologie fasciste e comuniste viene così sintetizzata:

“No, per produrre idee non è necessario essere santi. E comunque gli intellettuali veri sono pochissimi. La massa dei colti commenta pigramente per tutta la vita le idee altrui. Le loro migliori energie le impegnano in esercizi di sadismo contro ogni possibile rivale”.

Anche Lila comprende questo dato di fatto e lo esprime, a modo suo, studiando e lodando la storia di Napoli e ricordando quanto siano effimere e aleatorie le idee, nobili o meschine che siano, alle quali l’essere umano si aggrappa:

“Ah, che città, […] che città splendida e significativa: qua si sono parlate tutte le lingue, qua si è costruito di tutto, qua la gente non si fida di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e la cenere e il mare in pochi secondi te la riducono a niente”.

Le parole servono a veicolare, ad unire il mondo delle idee con quelle dei sentimenti, a renderle vive. Quando concordano e si esprimono, nasce l’idea, la visione di qualcosa di molto più profondo e si ha la sensazione di vivere intensamente il momento, di fissarlo entro dei rassicuranti contorni. Ma questo avviene solo se si è capaci di fare i conti con la transitorietà delle cose e delle persone, di cogliere l’attimo e di accettare il fatto che, nel momento stesso in cui giunge, è già passato e perduto.

A conti fatti, leggere i libri della Ferrante è stato un’attimo, ma di quegli attimi così intensi che si provano solo quando leggi qualcosa di potente, difficile da dimenticare.

Autore: Elena Ferrante
Titolo: Storia della bambina perduta
Casa Editrice: Edizioni E/O
Pagine: 451
Anno di pubblicazione: 2014
Prezzo di copertina: € 19.50

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