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Lettera allo scrittore: il Furore di John Steinbeck

23 febbraio 2016

La lettera allo scrittore di oggi va a John Steinbeck. A John Steinbeck. A Steinbeck. Si capisce che forse sono un momentino agitata per aver osato scrivere qualcosa a John Steinbeck?

Ok, mi ricompongo e invio. Nel frattempo, l’iniziativa di Bruna Athena continua e questo martedì il suo blog spedisce la lettera alla scrittrice a Harper Lee.

#LetteraAlloScrittore, John Steinbeck

Caro John,
sarò breve.

In fondo ho letto un solo libro tuo ma, forse il più importante e quello che ti ha consacrato negli archivi della memoria perpetua, Furore. Da non confondere con L’urlo e il furore di Faulkner.

Mi sono sempre chiesta se tu e Faulkner non vi eravate per caso messi d’accordo per chi sa quale astruso motivo o se, semplicemente, oltre alla penuria di lavoro non ci fosse, in quel periodo, penuria di titoli distintivi.

Ti chiedo scusa per la battuta forse poco rispettosa, mi è sfuggita ma sono sincera nel dirti che il tuo romanzo, Furore appunto, mi colpì molto e, come con Jack Kerouac, compresi quanto non sia tutto oro ciò che luccica. Sogno americano compreso.

Patria delle opportunità, hai descritto un’America che tuttora continua a giocare sulle luci della sua immagine e di arginare, ad arte, le ombre che la attraversano. Ci sono falsità e ipocrisie, opportunità che sanno di truffa e legittimazioni che non stanno né in cielo né in terra ma che sembrano investite di potere divino. Un’America affascinante e multiforme, una terra che, personalmente, mi piacerebbe visitare ma sulla quale non so se avrei il coraggio di sostare a lungo come fecero un tempo gli emigranti provenienti da tutta Europa e, in particolare dall’Italia che, a guardare i vostri film, ha portato solo Mafia e spaghetti.

Furore mi ha colpito e mi è piaciuto, parola per parola. Mi auguro solo che sia stato da te scritto perché ne sentivi la necessità, non perché doveva appoggiare il New Deal di Roosevelt. Politica e Letteratura sono certamente nate e sviluppatesi di pari passo, a volte sono parse quasi fra loro complementari e interdipendenti ma, sarò ingenua, a me piace pensare che la Letteratura abbia comunque un margine di libertà superiore limitandosi ad analizzare la realtà senza però assumersi la responsabilità di cambiarla. Ad ognuno spetta il suo compito. Compito che viene meno alla famiglia di contadini da te descritta nel romanzo la quale, si trova ad essere soppiantata dall’introduzione di nuovi e moderni macchinari agricoli e strozzata dagli effetti economico e sociali del crack del 1929 o Grande depressione.

Ho seguito con crescente preoccupazione il viaggio della famiglia Joad che, dall’Oklahoma punta verso la California così come i disperati europei hanno attraversato l’Atlantico per sbarcare in America. Furore è una storia inquietante e terribilmente attuale. Capace di innestarsi non solo nelle voci di chi fu mirante ma, anche emigrante.

Sono passati diversi anni da quando ho letto il tuo libro, Steinbeck, ma sono ancora visibili le immagini di una famiglia che, pezzo per pezzo si sfalda, si crepa come avviene per la terra privata della frescura dell’acqua. Di come la preoccupazione e la paura di non aver la possibilità di procurarsi il pane pian piano declinano per lasciarspazio alla disperazione e alla rabbia più nera. Perché la miseria è ingiusta e l’ingiustizia determina rabbia la quale, con furore, distrugge e umilia il bene comune e fa perdere di vista quella che dovrebbe essere la dignità umana.

Che ci sia o meno la speranza in Furore non lo so ma, rispetto al 1929, ma sulla terra mortale poco o niente è cambiato. Le persone continuano a fuggire disperate, in cerca di un posto dove poter lavorare e crescere i propri figli. Dove poter vivere, in un sistema globale in cui sembra che la mattina ci si alzi semplicemente per sopravvivere a sé stessi.

Se tu fossi vivo, John, capiresti ciò che sto cercando di esprimere? Ma dovevi proprio scrivere il romanzo esistenziale per eccellenza e vincere meritatamente il premio Nobel per poi angosciare le generazioni future di tutto il mondo? Immagino di sì e, per fortuna, lo hai fatto.

Pur trattenendoti attraverso l’unico romanzo che abbia mai letto di te, so che posso arrovellarmi in tutti i modi possibili per chiudere questa missiva ma la risposta è sempre quella, non è possibile trovare una conclusione a ciò che hai narrato, analizzato, amato o sofferto e quindi lascio andare questa epistola così com’è. Senza fine…

In fede,
una lettrice

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1 Comment

  • Reply #CurriculumDelLettore di Lisa Bortolotti: un’economista con lo sguardo a 360° (seconda parte) – paroleombra 16 novembre 2016 at 7:04

    […] portare sull’orlo del baratro: è un libro essenzialmente pessimista. Infine ho scoperto Furore di John Steinbeck che ci parla di immigrazione in un modo talmente attuale che potrebbe aiutarci a capire bene il […]

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