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Pausa racconto di Francesco Ambrosino: Un pugno di sabbia

18 agosto 2015

Ormai Francesco Ambrosino è un ospite fisso su paroleombra. Lo cito come consigliere, socialmediacoso, mentore, novellista e chi più ne ha, più ne metta.

Oggi vorrei farti leggere un suo racconto, Un pugno di sabbia, ispirato a una canzone dei Nomadi e decisamente adeguata in questo periodo.

L’estate è la stagione dove tutto sembra divenire realtà, dove non c’è spazio per la tristezza o la malinconia ma solo al calore e all’allegria. Una sensazione però che tende a velarsi quando si giunge alla sua conclusione. Presto arriverà l’autunno che, seppur con i suoi colori preziosi, ci lascia comunque con un pugno di sabbia, di illusioni estive…

#GuestStory: Un pugno di sabbia di Francesco Ambrosino

Pausa racconto di Francesco Ambrosino: Un pugno di sabbia

Quando ero piccolo, avrò avuto più o meno dieci anni, d’estate amavo sedermi fuori al terrazzo e ascoltare un po’ di musica. Ricordo che usavo una radiolina con mangianastri di mio padre. Era grigia, rettangolare, con i pulsanti quadrati molto grandi.

All’epoca non avevo dei gusti musicali sviluppati, così finivo con l’ascoltare le cassette dei miei genitori. Ce n’era una in particolare che ascoltavo sempre, era una cassetta che uscì come allegato ad una rivista. Era Oggi, o forse Gente, non ricordo. In quella cassetta c’erano Gianni Morandi, Adriano Celentano, i Pooh, e tanti altri.

Ma la mia canzone preferita era l’ultima del lato A. “Un pugno di sabbia” dei Nomadi.

La ascoltavo in continuazione, mandando avanti il nastro con il tasto FWD, saltando tutte quelle che la precedevano.

Ricordo i pomeriggi passati ad ascoltare musica, seduto su una vecchia sedia sdraio a righe verticali, con un bicchierone di Coca Cola o di Aranciata.

In quel periodo frequentavo le elementari, credo fosse la quinta, non ricordo con esattezza.

Quello che ricordo, però, è che quello fu l’anno della mia prima cotta, e della conseguente prima delusione d’amore.

C’era una bambina in classe mia. Si chiamava Sara. Era una bella bambina, con i capelli raccolti nel suo immancabile codino. Aveva gli occhi verdi, e le ciglia più belle che avessi mai visto. Io, invece, ero basso e grassottello. Insomma, non ero molto richiesto.

Ma l’amore è cieco, e questo giustifica spesso l’ingenuità che guida noi maschietti nei primi approcci con l’altro sesso.

Quando entrava in classe, mi voltavo sempre a guardarla. Non importava quello che stavo facendo. Interrompevo tutto per assistere al mio spettacolo preferito. Lei, ovviamente, non si accorgeva nemmeno della mia esistenza, come se fossi un poster appeso alla parete alle sue spalle.
A quei tempi ero uno studente diligente, di conseguenza ero sempre seduto al primo banco, difronte alla maestra. Lei, invece, sedeva all’ultima fila, quella che notoriamente era destinata agli elementi più cool, come si direbbe oggi.

Ogni giorno, quando tornavo a casa, pensavo a lei e, dopo aver fatto i compiti, ascoltavo quella cassetta.

Un giorno, però, qualcosa cambiò. La maestra era ammalata e ci fu assegnato un supplente. Un maestro di ginnastica, che ci portò in palestra insieme ad un’altra classe.

Io non ho mai brillato negli sport, così, mi misi in disparte a leggere Topolino.

Dopo una decina di minuti di lettura appassionata, sentii una voce che mi rivolgeva la parola.

Alzai gli occhi e la vidi. Era lei. Sara. In tutta quella che, all’epoca, mi sembrava una bellezza fuori dal comune.

La salutai timidamente. Ero emozionato, ma mi sforzavo di fare il figo. La invitai a sedersi accanto a me.
Non ero molto credibile nelle nuove vesti di sciupafemmine, ma lei accettò il mio invito. Mi chiese cosa stessi leggendo e le mostrai, non senza imbarazzo, il mio fumetto. Le spiegai che quello era un pezzo da collezione, uno dei primi Topolino usciti in Italia. Le raccontai della passione di mio fratello maggiore per i fumetti e della sua inestimabile collezione.

Dopo qualche minuto di quella noiosissima lezione di “Storia del fumetto”, mi resi conto che dovevo inventarmi qualcosa per non perdere definitivamente ogni speranza. Così, le chiesi come mai non stesse giocando a pallavolo, sport nel quale, tra l’altro, eccelleva. Sorrise al mio complimento. Poi mi disse che non si sentiva molto bene e che per questo aveva deciso di evitare la partita. Notai che aveva gli occhi lucidi da influenza, e glielo feci notare. Mi preoccupai teneramente per la sua salute, suggerendole di prendere un’aspirina o qualcosa del genere. Lei mi ringraziò per l’interessamento, dicendo di stare bene. Ma si stava annoiando.

Dicendolo, appoggiò la testa sulla mia spalla. Ricordo l’odore dei suoi capelli. Profumava di muschio bianco.

Mi persi qualche secondo nei miei sensi, poi, le proposi un gioco. Non so da dove presi il coraggio. Ma lo feci. Chissà, forse ero sempre stato un figo costretto nel corpo di uno sfigato. Alla parola gioco, lei si illuminò, dimostrandosi entusiasta dell’idea. Mi chiese, giustamente, a quale gioco stavo pensando. Improvvisamente, il mio vero io tornò a farmi visita. Non ne avevo idea, e la cosa peggiore è che non ci avevo nemmeno pensato. Poi, la folgorazione. Mi ricordai di un gioco musicale imparato in un villagio vacanze l’estate prima. Era molto semplice, ma divertente. Consisteva nel suggerire una canzone ad un’altra persona. Vinceva chi ne indovinava di più. Semplice, penserete voi. Ma non vi ho detto tutto. Il motivo della canzone non poteva essere né fischiato, né cantato, né accennato con le labbra. La bocca, in quel gioco, serviva solo a dare la risposta.

Bisognava suggerire la canzone con il naso.

In pratica, si sceglieva la canzone e si cercava di riprodurla emettendo dei suoni con il solo aiuto del naso. L’idea le piacque, così fu deciso. Avremmo giocato insieme a quel gioco. Iniziai io, tanto per fissare bene regole e modalità. Lei entrò subito nel meccanismo, indovinando tutte le canzoni che le suggerivo. Dopo diversi minuti, mi resi conto che ci stavamo divertendo.

Lei sorrideva prima di suggerire la canzone, con una punta di timidezza che mai avrei pensato di scoprire in lei.

Io, invece, dall’alto della mia esperienza in quel gioco, andavo giù spedito, senza intoppi né esitazioni. Verso la fine dell’ora di palestra, il maestro iniziò a richiamare tutti gli alunni per farli rientrare in classe. Ma noi non potevamo mollare proprio in quel momento. Eravamo in parità, ed era il mio turno.

Mi concentrai, cercando di pensare ad una canzone che sicuramente non avrebbe indovinato. Rimasi a pensarci ad occhi chiusi. Scartai tutte quelle facili da indovinare che, considerando la mia cultura musicale dell’epoca, e l’abilità della sfidante, erano davvero molte. Ma dopo tanto pensare, finalmente, arrivò quella giusta. Ero pronto.

Respirai profondamente e iniziai a “cantarle” “Un pugno di sabbia”.

Quando ebbi finito, lei era disorientata. Non la conosceva, ma fingeva di pensarci su. Alla fine, si arrese e mi chiese il titolo della canzone. Non volevo dirglielo. Volevo farla cuocere un po’ a fuoco lento. Poi pensai che era solo un gioco. Ma, mentre stavo aprendo la bocca per parlare, il maestro alle nostre spalle ci invitò a rientrare in classe.
Ci alzammo e tornammo in classe. Ero tutto eccitato. Non riuscivo a credere di aver passato un’ora intera con lei a giocare, ridere e scherzare.

Quando rientrai a casa, quel pomeriggio, non riuscii a studiare. Pensavo a lei. Ai suoi occhi, al suo sorriso, al profumo del suo balsamo.

Mi stesi sul letto a fantasticare, convito di averla fatta innamorare.

L’ingenuità è un difetto di fabbrica.

Il giorno dopo era una bella giornata di sole. Arrivai a scuola un po’ prima del solito, con la speranza di poterle stare vicino prima di entrare in classe. La folla di bambini accompagnati dai genitori riempiva interamente il vialetto della scuola. Lo attraversai facendomi strada a colpi di “permesso” e “scusi”. Ce l’avevo quasi fatta. Ancora qualche metro e avrei raggiunto il luogo di ritrovo di noi “anziani” dell’istituto. Era un panchina posta accanto al portone d’ingresso, coperta dai rami di un albero sempreverde. Continuando a spingere, riuscii a superare la barriera umana ed a raggiungere la panchina.

Ma, come dicevo prima, dietro la prima cotta, c’è la prima delusione.

Raggiunsi la meta con gli occhi sbarrati e la bocca aperta in chiara espressione di stupore. Seduti su quella panchina, infatti, c’erano Sara e Gianni, un nostro compagno di classe. Uno di quelli da ultima fila, per intenderci. Beh, se io mi ero limitato ad annusarle i capelli, lui stava dimostrando di essere leggermente più intrapendente.

Lì, seduti su quella maledetta panchina, abbracciati come delle statuine da bomboniera, Sara e Gianni si scambiavano baci a stampo con un certo trasporto.

Non si accorsero nemmeno di me. Seguitavano nella loro piacevolissima attività, mentre io li osservavo, stringendo tra le dita la cassetta della rivista con dentro “Un pugno di sabbia”.

Solo in quel preciso istante capii veramente il senso di quella canzone. Fino ad allora, non c’ero arrivato. L’ingenuità.

Rimisi la cassetta nella tasca dei pantaloni. Ripensai alla canzone. All’ultima canzone del lato A. Sorrisi, e cambiai lato.

Un pugno di sabbia, di Francesco Ambrosino.

Photo Credits: immagine in evidenza via Flickr

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6 Comments

  • Reply MimmaRapicano (@MimmaRapicano) 18 agosto 2015 at 9:56

    Cara Rita, questa tua iniziativa della #GuestStory mi era sfuggita e mi piace tantissimo!!! Sai anche io scrivo strane storie, brevissime e strane.
    Leggerò con calma il racconto di Francesco.
    Sei una ragazza piena di risorse. Direi un vulcano. 🙂
    Mimma

    • Reply Rita Fortunato 18 agosto 2015 at 10:51

      Sì, è un piccolo esperimento che effettivamente non ho pubblicizzato molto. Francesco ormai è un ospite fisso, i suoi racconti mi piacciono molto e sono contenta che mi dia la possibilità di condividerli all’interno di questo blog. Mi sembrava una cosa carina da fare, mi rende utile e mi farebbe piacere leggere e ospitare anche un tuo racconto. 🙂

  • Reply Sonia 18 agosto 2015 at 21:40

    Cara Rita ci credo che lo hai eletto tuo mentore 🙂
    Adoro le scritture immaginali. Non sono quasi mai cervellotiche ma attingono direttamente dalla pancia dove le immagini si legano alle emozioni. E ti rimangono dentro anche dopo aver finito la lettura.

  • Reply FUNemployment (@funemploymentIT) 20 agosto 2015 at 15:44

    conosco il buon Francesco da un po’ di tempo e lo considero un grande eroe del web vista la sua poliedrica natura, e ora che lo scopro anche come scrittore pieno di emozione credo sia arrivato a livelli di stima incommensurabili. la tua idea di ospitare guest stories è davvero interessante, poichè puoi dare spazio a tanti piccoli grandi scrittori che non hanno la visibilità desiderata, e qui può entrare in gioco l’uso costruttivo di blog e social! buona giornata cara Rita!

    • Reply Rita Fortunato 21 agosto 2015 at 9:00

      Condivido il tuo punto di vista e la stima per Francesco.
      Sono contenta che l’idea di ospitare storie altrui ti piaccia e che venga interpretata come un qualcosa di costruttivo. L’obiettivo era quello.
      Grazie e, buona giornata anche a te. 🙂

  • Reply #GuestStory, racconti da leggere e conservare | paroleombra 28 agosto 2015 at 8:38

    […] ero piccolo, avrò avuto più o meno dieci anni, d’estate amavo sedermi fuori al terrazzo e ascoltare un po’ di musica. Ricordo che usavo una radiolina con mangianastri di mio padre. Era grigia, rettangolare, con i […]

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